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4 dicembre 2014

Bucky

Almost Home,spazio, 2516

S'è rinchiusa in plancia nel momento in cui gli Alleati se ne sono andati dalla sua stiva. Bastava un'occhiata per vedere come la donna fosse di pessimo umore dopo il colloquio avuto con i culiblu, persino Craig, che la conosce fin troppo bene, ha ritenuto opportuno non dirle niente per un bel po' di tempo, limitandosi ad allungarle una sigaretta già accesa, come se già sapesse della necessità della collega di fumare, fumare parecchio.

-Devo parlare con Bucky.

L'unica cosa detta dalla donna al Pilota, che conosce fin troppo bene quel figlio di buona donna di Bucky, uno dei proprietari di Ranch di Tauron, della cittadina dove è cresciuta.
E' andata a trovarlo spesso da quando la Almost ha iniziato a bazzicare per Tauron di tanto in tanto, o quando semplicemente lei sentiva la necessità di andarsene da Safeport e cambiare aria.


Abernathy, Tauron, 2516

Bucky è un uomo sulla sessantina, alto, robusto, e dai modi di fare spicci e grezzi tipici della gente di Tauron. S'è combattuto la prima guerra, prima di ritirarsi e mettersi in affare con il piccolo Ranch che è sempre stato della sua famiglia e che ora ha ereditato a pieno titolo. Non ha figli Bucky ed è vedovo. Ha visto Helene crescere, si è ostinato nel provare a farle passare la sua avversità per gli animali dovendo desistere all'ennesimo tentativo di disarcionarla del suo cavallo più mansueto. Senza che nessuno glielo chiedesse si è ripromesso di essere qualcosa il più vicino possibile ad una famiglia per la ragazza, un punto di riferimento da cui tornare. 

Sa perfettamente il vecchio di come la donna abbia avuto problemi con la droga, l'ha vista consumarsi sotto i suoi occhi e l'ha vista sparire dopo l'ennesima discussione con lui nell'unica volta che è tornata a casa quando ancora si faceva di qualsiasi cosa in commercio.
 Ha sopportato stoicamente tutta la merda che la bionda gli ha sputato addosso in uno dei suoi eccessi d'ira, ricordandole unicamente di tornare dopo aver smesso di buttare la vita nel cesso.
Non ha fatto un fiato Bucky, quando Helene s'è ripresentata da lui dopo anni,due Guerre perse, qualche cicatrice in più in corpo e un posto tutto nuovo da chiamare casa.
S'è semplicemente presentata alla sua porta come il figlio che torna a casa dopo essere scappato per qualche giorno soltanto e lui si è limitato ad un abbraccio spiccio, una pacca su una spalla e ad imbottire la donna di cibo perchè "troppo smunta".

- Ho messo in piedi una compagnia di trasporti Bucky, tutta gente del Rim, molti si sono fatti le guerre. 

Gli ha detto, ovviamente omettendo parecchi dettagli, in una delle tante chiacchiere con lui davanti a della birra ed una sana bistecca del suo Allevamento.

- Non hai più le piastrine con te, sweety.

Ha l'occhio lungo il vecchio Bucky, ha fatto giusto in tempo a sedersi al tavolo la bionda che l'uomo già aveva notato quel dettaglio non da poco, piantandole addosso gli occhi castani sondandola nell'animo ben consapevole di che peso abbiano quelle piastrine per lei. L'argomento sulla compagnia di trasporto l'ha scavalcato con una facilità inaudita, limitandosi ad annotare l'informazione ed andare oltre.

- Non le ho più io ma qualcun altro, è una storia lunga.

Ha sorriso Bucky, non incalzandola in quel discorso, perchè infondo lei è come lui, cocciuta come un mulo quando si tratta di non voler dire o fare qualcosa.

- Sai già che se non mi piace gli ficco proiettile in fronte e lo do in pasto alle bestie, digli di stare attento, che sarò vecchio ma so fargli ancora il culo.

Ed Helene non ha potuto fare altro che ridere di fronte a quella presa di posizione dell'uomo, detta mentre le puntava addosso il coltello con cui stava tagliando la carne, giusto per enfatizzare meglio il concetto. Ride la donna mentre si immagina l'incontro tra i due e Bucky ride con lei, una risata calda, capace di farla sentire a casa.

- Andrete d'amore e d'accordo.

1 settembre 2014

Nightmare

Safeport, Lair der Hydra, 2516.

Helene si sveglia di soprassalto nella stanza che ha affittato al Lair, negli occhi il terrore di chi ha rischiato di affogare dentro un incubo con la consapevolezza di non riuscire più ad uscirne. I movimenti bruschi con cui si è tirata a sedere hanno fatto muore di riflesso Klaus che riposa al suo fianco e che, apparentemente, non sembra essersi svegliato.  Le mani corrono al petto, stringono la camicia del crucco che si è buttata addosso prima di coricarsi, ricercando il cuore, che non sembra avere intenzione di rallentare i suoi battiti, con la disperazione di chi non ha altro a cui aggrapparsi.  Fatica a riemergere dall'incubo che si è insinuato nel suo sonno e l'ha trasformato nel peggior confronto con tutto quello che ha cercato di relegare in un angolo della sua testa.  Vede la sua morte, vede la morte di Jeremy, quella dei suoi compagni e poi vede Klaus e Del massacrati dalla disperazione che lei stessa proverebbe se al suo posto ci fossero loro. Tutti si ripete, frenetico, in un vortice che l'ha portata all'orlo della follia prima di essere riuscita, con l'ultimo briciolo di senno, ad aprire gli occhi. Sfiora il braccio del biondo mentre si muove con la grazia di chi non ha ancora smaltito l'alcol e  fa scivolare i piedi giù dal letto ricercando un minimo di sollievo dal pavimento freddo della stanza, la mano che corre alla bottiglia di vodka, finita per buona parte, bevuta da entrambi per ributtare indietro parole e timori che, per orgoglio, non dovevano uscire. Butta giù un sorso dopo l'altro lasciando che l'alcol bruci anche l'ultimo rimasuglio dell'incubo e le dia la possibilità di respirare di nuovo. Nemmeno si rende conto di aver svuotato la bottiglia, che con irruenza viene abbandonata ai piedi del letto mentre lei ritorna a scavarsi una nicchia addosso a Schmidt ricercando con le dita i capelli biondi del crucco coma la disperazione di chi è consapevole di doversi imprimere quella sensazione nella memoria per avere qualcosa a cui aggrapparsi. Sa perfettamente di averlo svegliato, sente i muscoli dell'altro irrigidirsi prima di chiuderla in un abbraccio e permetterle di nascondere il viso nell'incavo del suo collo, mentre le dita sfiorano le cicatrici che ha imparato a conoscere e i denti gli si chiudono addosso senza fargli male ma  con l'urgenza di chi, se vuole affogare, vuole farlo a modo suo.
Continua a mormorargli che tornerà indietro in un modo o nell'altro ma in realtà è evidente che lo faccia per auto-convincersi piuttosto che per convincere lui. Rimane cosi, immobile contro la pelle del crucco, come se bastasse quella ad allontanare gli incubi che costantemente la tormentano-; alla fine, la vodka si dimostra l'alleata che sperava e torna a farla scivolare in un sonno profondo e buio concedendole un attimo di pace prima che, insieme all'alba, anche i postumi si presentino implacabili.

1 luglio 2014

Da qualche parte

Da qualche parte, 2515

Non mi ricordo nemmeno dove fossi, se su uno skyplex o in qualche bettola malfamata di qualche pianeta sperduto del Rim, ma mi ricordo perfettamente cosa stessi facendo.. Ho appena comprato della Switch da uno dei soliti spacciatori da cui mi servivo.. me ne sto seduta in una stanza scarna, con giusto un letto spaccato e logoro ed una sedia che in quel momento ha la funzione di attaccapanni.. Il cortex è abbandonato sul letto mentre io ho gli occhi fissi sulla dose di Switch e per un momento tentenno, mi ritorna in testa Jeremy, mi sembra sentirlo che mi rimprovera per come mi sono ridotta per come ho mandato a puttane tutta la mia vita e di nuovo prepotentemente riaffiorano le ultime parole che mi ha rivolto..

-Forse un giorno, quando ce ne andremo da questo buco di merda, potremmo andare a berci qualcosa di decente insieme.. cosi che io non rischi ogni volta di finire con la mano staccata dal corpo per aver cercato di scroccarti da bere. 

Subito dopo aveva riso divertito, come se la Guerra fosse lontana da noi..
Gli occhi cerchiati da occhiaie violacee si puntano sul pavimento, allucinati, mentre la mano in cui è posata la bustina è scossa da un tremito. 

-E' colpa tua se mi sono ridotta cosi, bastardo!

E' quello che urlo prepotentemente non in grado di rendermi conto che la conversazione è unicamente nella mia testa e non nella stanza in cui sono rinchiusa; la bustina finisce lontano, contro il muro, in uno scatto d'ira che mi porta ad alzarmi e girare in tondo come un animale selvatico rinchiuso in una gabbia troppo piccola. Passano istanti interminabili prima che lo sguardo cada sul cortex gettato in un angolo del letto, lo prendo, leggo giusto un paio di notizie e mi lascio cadere sul letto, improvvisamente stanca, svuotata da tutto il malessere che mi sono portata addosso per anni e che mi ha condotto alla dipendenza..
Polaris si è dichiarata indipendente, e' scoppiata una nuova guerra e io non so nemmeno dove sono.. 
Lo sguardo torna sulla bustina di Switch, potrei semplicemente raccoglierla, fingere di non aver letto niente e continuare a disfarmi di droga..

- No!

E' l'ultimo barlume di buonsenso quello che mi spinge ad abbandonare quell'idea, è il ricordo delle ultime parole di Jeremy che ancora una volta, anche da morto,  mi fa ragionare e mi da la forza necessaria per raccattare le poche cose che ormai mi sono rimaste prima di uscire per sempre da quella bettola..
La Switch abbandonata sul pavimento della stanza.

-La Guerra non è ancora finita.


30 giugno 2014

L'incubo dopo il buio

Hera, 20/01/2511

E' notte quando, dopo giorni di incoscienza, riapro gli occhi.. Il primo istinto è quello di alzarmi, cercare in qualche modo di togliermi il peso che mi opprime sul torace e che mi toglie il respiro. Non ho il tempo nemmeno di metabolizzare quell'idea che una fitta lancinante mi trapassa il cervello e due mani estranee mi si posano sulle spalle, seguite da una faccia sconosciuta che si sposta all'interno del mio campo visivo.

- Devi stare immobile, una granata ti ha quasi ammazzata ..

Spiega il tizio e il suono delle sue successive parole non è altro che un mormorio basso, trascurabile, sopraffatto da disperazione, rabbia e paura che presendono il sopravvento su ogni altro pensiero.

-Jeremy Anson... chiamate Anson..

A stento riconosco il suono della mia voce, bassa, arrochita da giorni passati in totale silenzio. Il terrore mi assale di nuovo nel momento stesso che pronuncio quel nome, mentre negli occhi dell'infermiere leggo un'attimo d'esatazione. Rinuncio ad ogni tentativo di muovermi dalla branda e perdo completamente il coraggio di abbassare gli occhi per guardare come mi ha ridotto quella granata. Sono secondi interminabili quelli che passano prima che l'uomo trovi la forza di dirmi qualcosa, non prima di aver chiamato qualcuno, che io non riesco a vedere, e aver mormorato a bassa voce qualcosa.

- Mi dispiace..

Solo questo mi dice, ben consapevole di non dover aggiungere altro e che nessuna parola o gesto può sanare la ferita appena aperta.
Ho giusto il tempo metabolizzare la cosa, di sentire la disperazione montarmi dentro come un'ondata troppo grande per poter essere arginata.. l'infermiere mi inetta il calmante che aveva chiesto al suo collega pochi istanti prima e mi fa ripiombare nel buio.